Autunno in Appennino

Autunno in Appennino

L’Appennino…location assai ardua da domare a livello fotografico, ma decisamente un’ottima arena in cui combattere con sé stessi per migliorare la propria tecnica fotografica ma soprattutto il proprio occhio.
In un’epoca in cui lo “scatto dolomitico” è un “must” all’ordine del giorno e in cui i social networks quasi ci costringono a correre in vetta (una qualsiasi va bene purché sia una vetta) per immortalare la propria impresa dimostrando di non essere inferiori a nessuno, in un’epoca in cui lo stupore dell’immagine prevale sullo stupore del sentimento e in cui la tacita competizione vince sul naturale e minimale rapporto che con la montagna e i suoi pendii bisogna avere…io me ne vado in Appennino, nel mio tempio, in particolare tra i boschi e i crinali del tratto Tosco-Emiliano, dove ancora posso esularmi da quanto appena discusso.

Autunno 2013, uno dei più brevi autunni che io abbia mai vissuto qui in Emilia. Non più di 10 giorni. Ovviamente quando parlo di autunno è da intendere il periodo in cui possiamo assistere al bellissimo foliage tipico delle faggete appenniniche che si “incendiano” di colori caldi e sgargianti, che vanno dal giallo più luminoso al rosso più incandescente.
In questi pochi giorni che ho a disposizione per immortalare il fenomeno, preferisco dedicarmi ai torrenti montani, più che ai crinali, proprio per sfruttare al meglio le tonalità tipiche del bosco d’autunno.
Pianifico l’uscita nella provincia modenese in maniera piuttosto grossolana, vuole essere più un sopralluogo che altro, e mi faccio accompagnare dal mio amico Gianluca con cui percorriamo tutto il tratto di torrente di nostro interesse che, tuttavia, non ci lascia molto colpiti.
Lui torna a casa con uno scatto molto ben riuscito, io torno a casa quasi a mani vuote, non soddisfatto del sopralluogo.

In serata mi chiama Davide, un altro mio amico e compagno d’escursioni, che mi propone la stessa location come uscita per il giorno seguente.
Dopo non pochi ripensamenti, decido comunque di accettare in quanto nelle mie uscite la buona compagnia è l’ingrediente principale con cui, per me, sarebbe impossibile realizzare buone immagini; credo, infatti, che proprio la serenità emotiva, derivante da un buon rapporto d’amicizia, aiuti a trovare la perfetta ispirazione, fungendo così da catalizzatore tra sè stessi e la natura. La fotografia altro non è, in questi casi, che un mezzo per immortalare questa armonia.
Concetto, ovviamente, del tutto soggettivo.

Partiamo, dunque, il mattino dopo per lo stesso torrente ma qualcosa è cambiato. Dev’essere piovuto di notte perché la portata del corso d’acqua è notevolmente aumentata. Inoltre, il vento è forte e i faggi lasciano cadere tra le sue braccia le proprie foglie che vanno piano piano ad adagiarsi al suolo e nel torrente.
L’atmosfera è a dir poco magica ma, giunti ormai al termine del sentiero, decidiamo di concludere l’uscita, anche questa volta quasi a mani vuote ma con l’animo rinfrancato per la bella escursione.
E’ proprio in questo momento che giungiamo in un punto del torrente in cui la forte corrente ha intrecciato dei rami tra loro formando una sorta di piccola diga. Questa barriera naturale ha fatto sì che una pozza, solitamente vuota, sia andata a riempirsi d’acqua e foglie creando così delle correnti circolari evidenziate, in maniera piuttosto marcata, dalle traiettorie delle foglie cadute.
Lo stupore è ai massimi livelli così come l’adrenalina di aver trovato, praticamente dietro casa, un fenomeno naturale che credevamo possibile solo nei grandi corsi d’acqua americani.
Una sola cosa ci balza in mente, quasi in sincronia: lunga esposizione. (E ci mancherebbe!!!).
Con un tempo di posa di quindici secondi, la luce imprime sul sensore sufficiente movimento di foglie per poter risaltare le correnti circolari, facendo nascere così una delle immagini a me più care per tecnica, location, atmosfera e ovviamente compagnia.
Torno a casa a mani piene, ho due scatti con me, uno per ogni mano.

Alla prossima!
Enrico



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